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Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

Nella Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza voglio pubblicare una poesia di Gianni Rodari che parla di bambini che non sanno cosa voglia dire piangere.

Purtroppo guerra, povertà, violenza strappano l’infanzia a milioni di bambini. E ciò è vero non solo in Paesi a noi lontani: l’impoverimento causato dalla crisi economica in Italia ha determinato per molti bambini carenza di cure sanitarie adeguate, condizioni abitative non idonee, alimentazione non corretta.

I dati raccontano che sono troppi i bambini la cui infanzia è negata, ancora oggi.

 

LA PAROLA PIANGERE

Di Gianni Rodari

 

Un giorno tutti saremo felici.

Le lacrime, chi le ricorderà?

 

I bimbi scoveranno

nei vecchi libri

la parola “piangere”

e alla maestra in coro chiederanno:

“Signora, che vuol dire?

Non si riesce a capire”.

 

Sarà la maestra,

una bianca vecchia

con gli occhiali d’oro,

e dirà loro:

“Così e così”.

 

I bimbi lì per lì

non capiranno.

A casa, ci scommetto,

con una cipolla a fette

proveranno e riproveranno

a piangere per dispetto

e ci faranno un sacco di risate…

 

E un giorno tutti in fila,

andranno a visitare

il Museo delle lacrime:

io li vedo, leggeri e felici,

i fiori che ritrovano le radici.

 

Il Museo non sarà tanto triste:

non bisogna spaventare i bambini.

E poi, le lacrime di ieri

non faranno più male:

è diventato dolce il loro sale.

 

E la vecchia maestra narrerà:

“Le lacrime di una mamma senza pane…

le lacrime di un vecchio senza fuoco…

le lacrime di un operaio senza lavoro…

le lacrime di un negro frustato

perchè aveva la pelle scura…”

“E lui non disse nulla?”

“Ebbe paura?”

“Pianse una sola volta ma giurò:

una seconda volta

non piangerò”.

 

I bimbi di domani

rivedranno le lacrime

dei bimbi di ieri:

del bimbo scalzo,

del bimbo affamato,

del bimbo indifeso,

del bimbo offeso, colpito, umiliato…

 

Infine la maestra narrerà:

“Un giorno queste lacrime

diventarono un fiume travolgente,

lavarono la terra

da continente a continente,

si abbatterono come una cascata:

così, così la gioia fu conquistata”.

IL MALE OSCURO DOPO IL PARTO

Un grave fatto di cronaca reso noto in questi giorni, una giovane madre siciliana che ha ucciso il figlio di tre mesi buttandolo a terra, ha riacceso i riflettori su un disturbo che può comparire dopo il parto: la depressione post partum. Secondo l’O.N.D.A. (Osservatorio Nazionale sulla salute della donna) esso colpisce il 10-16% delle donne durante il primo anno di vita del bambino; può manifestarsi subito dopo il parto, con maggiore frequenza dopo 4-6 mesi dalla nascita.

Sovente dopo il parto si verifica la maternity blues o tristezza post partum, che si risolve spontaneamente entro una settimana; se persiste oltre tale termine, si parla di depressione post partum. I sintomi sono simili ad un disturbo depressivo e non devono mai essere sottovalutati e fraintesi con un normale stato di disagio legato alla stanchezza fisica.

 

I campanelli di allarme

I sintomi sono disturbi del sonno, disturbo dell’appetito, iperattività motoria o al contrario letargia, faticabilità o mancanza di energia, sensi di colpa, bassa autostima, sentimenti di impotenza e disvalore, ridotta capacità di pensare o concentrarsi, pensieri ricorrenti di morte.

 

Le cause

Le cause sono molteplici, legate a fattori ormonali, fisici, psicologici, sociali, cognitivi.

 

Che fare

Le donne che negli anni si sono rivolte a me per una psicoterapia sono state spinte dalla paura di poter fare del male al bambino. E’ importante sottolineare che non c’è una correlazione scientifica tra il disturbo e l’infanticidio, tuttavia la neo mamma che soffre deve essere supportata e aiutata, innanzitutto dal partner e dalla famiglia. La psicoterapia aiuta la donna ad acquisire consapevolezza e responsabilità rispetto al nuovo, delicato ruolo.

 

Articolo scritto da: Roberta Marangoni

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

LA PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA: QUELLO CHE PENSI SUCCEDE DAVVERO

Nel 1932 la Last National Bank era una banca solida, ma bastò una voce di insolvenza, che venne accolta dai clienti, per cui la maggior parte di loro, preoccupata per questa voce, si precipitò a ritirare tutti i propri risparmi, provocando di fatto il fallimento della banca.

Venendo ai giorni nostri, nel maggio scorso la fake news sul “piano segreto di uscita dall’euro” provocò un’ondata speculativa sui titoli di Stato, con aumento di spread e spesa per interessi. L’azione di disinformazione aveva obiettivi politici precisi e fece danni collaterali importanti, con aggravio della spesa per interessi di qualche miliardo.

Che cosa è accaduto in questi due esempi? “Una supposizione per il solo fatto di essere stata pronunciata fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità” (R.K. Merton). Questo fenomeno si chiama “profezia che si autoavvera”: l’idea alla base è che un’opinione, pur essendo falsa, per il solo fatto di essere creduta vera porta la persona a comportarsi in un modo che la fa avverare, fa realizzare cioè l’aspettativa.

Ciò avviene perché in generale ognuno di noi cerca di individuare nel mondo solo informazioni che danno conferme, ad es.: lo stereotipo “tutti gli extracomunitari sono delinquenti” viene confermato ogni volta che al telegiornale viene data notizia di qualche crimine commesso da un extracomunitario. Si tratta di un errore di conferma, per cui “vedo solo ciò che mi aspetto di vedere”.

La profezia che si autoavvera non esiste solo in economia, ma anche in relazione a noi stessi e ai nostri pensieri: quando pensiamo o temiamo che avvenga qualcosa di negativo, ci comportiamo in modo che la previsione si realizzi davvero. Ad esempio, se Anna teme di essere considerata antipatica dagli altri, mette in atto comportamenti di chiusura e sottrazione così da risultare realmente sgradevole.

Una notizia positiva è che la profezia funziona anche in senso positivo. Per esempio, in  campagna elettorale i sondaggi sono in grado di influenzare il voto: si dà per vincente o in crescita un partito, questo fatto incoraggia alla preferenza e i voti crescono fino a poter raggiungere la vittoria.

Altro esempio lo possiamo ricavare nel mondo della scuola, dove si parla di “effetto Pigmalione”. Rosenthal nel 1974 effettuò un interessante esperimento all’interno di una scuola elementare: fingendo di avere somministrato un test alla classe, informò le maestre del fatto che i bambini del gruppo “X” erano risultati più predisposti allo studio e più intelligenti rispetto a quelli del gruppo “Y”. Il risultato finale fu che a conclusione dell’anno scolastico i bambini del gruppo X ottennero valutazioni più elevate da parte degli insegnanti e questo portò l’autore a ipotizzare che l’atteggiamento degli insegnanti, influenzato dalle previsioni, avesse condotto alla realizzazione della previsione stessa.

Le profezie che si autoavverano incidono significativamente sulla visione che abbiamo di noi stessi, del nostro modo di apparire con gli altri e con il mondo e questo crea schemi stabili, rigidi, di comportamento, che ovviamente si ripeteranno nel tempo confermando la nostra visione delle cose.

                                                                Articolo scritto da: Roberta Marangoni

                                                         Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

LA SOFFERENZA EMOTIVA. COSA LA DETERMINA E QUANDO SI MANTIENE

Nella pratica clinica una domanda che spesso i pazienti rivolgono al terapeuta è: “Perché sto così male?”.

Se il disagio emotivo può essere spiegato con la presenza di eventi negativi che le persone prima o poi nella vita sono costrette ad affrontare, la sofferenza patologica non è una conseguenza ineluttabile dell’evento negativo; infatti di fronte allo stesso evento (ad es. un lutto) alcune persone sviluppano disturbi emotivi, mentre altre recuperano il livello di funzionamento precedente.

La sofferenza emotiva indica che una rappresentazione cognitiva è in conflitto con i desideri e gli scopi dell’individuo. Come già affrontato in un precedente articolo (“L’illusione della scelta perfetta”), il nostro comportamento è orientato dai nostri scopi, che costituiscono il nostro sistema motivazionale, attraverso cui operiamo delle valutazioni e, quindi, delle scelte. Quando uno scopo personale rilevante (ad es. “Voglio costruire una famiglia”) è minacciato o compromesso (ad es. il fidanzato ci lascia) si produce sofferenza, che normalmente si risolve raggiungendo, ridefinendo o rinunciando allo scopo compromesso.

Dunque la compromissione di uno scopo produce sofferenza emotiva, ma non sofferenza psicopatologica; la sofferenza diventa patologica se è mantenuta nel tempo o è esagerata nell’intensità.

Che cosa determina questo? La non accettazione di quanto ci accade.

Torniamo ad Anna lasciata dal fidanzato un anno fa… Nonostante sia trascorso del tempo, Anna soffre molto e non riesce a svolgere le sue attività quotidiane, fatica ad andare al lavoro, si chiude in casa e non risponde alle telefonate degli amici, piange spesso. Questo accade perché Anna continua a considerare inaccettabile la perdita del fidanzato e le sue conseguenze (ad es. il fatto di non poter avere un figlio come desidera). Pur soffrendo, non rinuncia al suo scopo di avere il fidanzato e di costruire una famiglia con lui e non attua alcun tentativo efficace di soluzione.

Per cambiare e stare meglio, Anna dovrebbe prendere atto della compromissione del suo scopo, invece che continuare ad investire su di esso (che di fatto non ottiene), accettare l’abbandono e riorganizzarsi, “investendo” in altre direzioni (ad es. investire maggiormente sul lavoro, sulle amicizie, sulle proprie passioni…..). Se Anna non accetta la compromissione del suo scopo, si determina una situazione di iperinvestimento, ossia di insistenza su uno scopo di fatto compromesso o minacciato e la sofferenza patologica si mantiene.

 

                                                                                  Articolo scritto da: Roberta Marangoni

                                                                            Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

 

 

 

LO FACCIO DOMANI

Se per alcuni l’arte di procrastinare è una condizione saltuaria, per altri  si tratta di un vero e proprio modus vivendi, al limite della patologia, che può creare seri problemi soprattutto in un contesto lavorativo, quando le scadenze incombono. Alcune persone infatti non svolgerebbero mai alcuni compiti, perché danno noia, sono considerati poco interessanti o, al contrario, così rilevanti che si teme di sbagliare affrontandoli… E così si procrastina, si rimanda a domani ciò che potrebbe essere fatto oggi, in un “accumulo di debiti sulla carta di credito emotiva”, processo molto ben definito da Piers Steel, massimo esperto sul tema.

Le conseguenze della procrastinazione non si pagano subito, ma prima o poi vanno saldate. E sono conseguenze che si determinano in vari ambiti: economico, a livello di stress, a livello di disturbi psico-fisici e perdita di opportunità.

Perché si procrastina? I motivi possono essere diversi:

  • Per impulsività: la persona impulsiva si sofferma sui benefici a breve termine, sottovalutando la variabile tempo e perdendo di vista l’obiettivo.
  • Per la ricerca di forti emozioni (“sensation seeking”): è tipica di chi sperimenta facilmente noia e cerca emozioni, date dall’avvicinarsi della data di scadenza senza che si sia fatto nulla.
  • Per desiderio di perfezionismo: il timore del giudizio altrui spinge il procrastinatore a svolgere il compito in modo perfetto.
  • Per scarsa autostima: chi ha poca fiducia nelle proprie possibilità pensa che, pur agendo, non cambierà la propria condizione.
  • Per una modalità passivo-aggressiva: si rimanda il compito per controllare l’altro ed affermare la propria autonomia.

Come si può affrontare la procrastinazione?

Gli interventi più efficaci sono di tipo cognitivo-comportamentale.

A livello comportamentale si può intervenire in vari modi, ad esempio promuovendo una routine, esponendo l’individuo alle attività evitate, per ridurre l’intensità delle emozioni che portano a procrastinare, prescrivendo uno “sforzo minimo” per superare le emozioni che bloccano l’inizio dell’attività, definendo in modo chiaro gli obiettivi e suddividendo gli obiettivi a lungo termine in sotto-obiettivi.

A livello cognitivo si lavora sulle credenze disfunzionali che portano l’individuo a procrastinare, ad es. la visione catastrofica del fallimento, l’idea di dover svolgere il compito alla perfezione, i dubbi sulle proprie capacità, in modo tale che si acquisisca la consapevolezza che alcuni pensieri sono un ostacolo all’adempimento dei propri impegni. Si può affrontare inoltre la discrepanza tra la situazione attuale e gli obiettivi prefissati e riflettere sui costi e sui benefici della procrastinazione, in modo tale da favorire il cambiamento.

                                                                     Articolo scritto da: Roberta Marangoni

                                                                  Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

                  “Puoi rimandare                                                         

           ma il tempo non lo farà”

               (Benjamin Franklin)

PENSI TROPPO? RIMUGINI? TI PREOCCUPI?

Le persone non subiscono passivamente gli stati emozionali ma vi rispondono attivamente, compiendo notevoli sforzi di regolazione, dunque è la risposta allo stato emotivo, piuttosto che lo stato emotivo in sé, ad essere associata all’insorgenza e al mantenimento dei disturbi emotivi. La regolazione delle emozioni è cruciale per il benessere: se è sana è fondamentale per la salute e il benessere mentale, mentre se è inadeguata caratterizza molte forme di psicopatologia.

La ruminazione rappresenta una delle strategie di regolazione emozionale maggiormente indagate ed è emblematica della stretta connessione tra processi emotivi e cognitivi. Con il termine ruminazione si intende il continuo e ripetitivo interrogarsi sulle cause e sulle conseguenze dei propri problemi e delle proprie difficoltà: ad es. “Perché capita proprio a me?”,  “Perché sono fatto cosi?”,  “Perché sto cosi male?”, “Cosa non va in me?”. Essa può essere utile quando porta alla riflessione, alla pianificazione e risoluzione di un problema, mentre è disadattiva quando la persona rimane bloccata e i pensieri si ripetono senza fine. In quest’ultimo caso si osserva un aumento dello stato emotivo negativo (ansia, umore depresso, rabbia), scoraggiamento, evitamento di attività che prima erano piacevoli, o isolamento dalla vita sociale.

La ruminazione può essere intensa in momenti di vita particolarmente stressanti, per esempio di fronte ad una scelta importante di vita (università, lavoro, esami), durante una crisi sentimentale o dopo la fine di una relazione affettiva, dopo un cambiamento o una perdita sul lavoro, dopo un lutto, a seguito di conflitti relazionali.

Perché si rumina? I ruminatori hanno delle credenze relative all’utilità della ruminazione come strategia di regolazione emotiva  e queste credenze possono a loro volta promuovere la tendenza a ruminare. Tuttavia il pensiero ripetitivo viene spesso vissuto dalla persona come un fenomeno incontrollabile; trattandosi, invece, di uno stile di pensiero appreso è possibile lavorare in terapia al fine di sviluppare strategie per interrompere questa attività mentale. Il primo passaggio consiste nello sviluppare una maggiore consapevolezza del suo funzionamento, in particolare riuscire a riconoscere i segnali di allarme (trigger) che innescano il pensiero ripetitivo, prendere consapevolezza della dannosità di questa attività mentale e apprendere nuove strategie di gestione degli stati emotivi attraverso l’applicazione di interventi cognitivi e/o comportamentali volti a interrompere la catena dei pensieri.

                      Articolo scritto da: Roberta Marangoni

                    Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa forense

 

PERCHE’ NON SI CAMBIA IDEA?

A tutti è capitato di sperimentare situazioni in cui le nostre credenze non si sono modificate per lungo tempo, nonostante fossero disfunzionali e sperimentassimo l’esperienza di ripetuti fallimenti nell’indirizzare il corso degli eventi. Ecco dunque che la fine di una relazione non viene accettata e si continua a cercare nell’amato/a i segni di un amore che si vorrebbe ancora vivo, oppure si continua a bere e fumare nonostante la paura di ammalarsi.

Perché non si cambia idea?

Noi tendiamo a mantenere quelle convinzioni che consentono di prevedere e controllare il nostro mondo, pertanto non si riesce a cambiare idea se non ce ne sono altre disponibili o migliori, che possano ampliare il nostro panorama conoscitivo e permetterci di dare un senso al nostro mondo.

Ma quali sono i motivi che non permettono di cambiare idea, nonostante essa si sia dimostrata fallimentare?

  • Un primo ostacolo al cambiamento è dato dalla povertà di sistema, inteso come una mappa non complessa della realtà in cui si vive (ad es. dividere il mondo in buoni e cattivi). Ciò avviene nel deficit cognitivo e nel deterioramento demenziale, ma anche in soggetti che hanno raggiunto un adattamento sociale e lavorativo minimo, che permette loro di muoversi in un ambiente prevedibile e ripetitivo. Tale equilibrio viene mantenuto a patto che non ci siano cambiamenti significativi, che il soggetto non è in grado di fronteggiare.

 

  • Un secondo ostacolo che si incontra nel tentativo di cambiare idea è dato dagli automatismi, ossia quelle manifestazioni ripetitive, in termini di comportamento o pensiero, che hanno perso il proprio scopo originario. Ad es. io posso aver iniziato a fumare a 16 anni per essere accettata dal gruppo di amici, trasgredire le regole imposte dai genitori e voler dunque sentirmi grande, ma poi, da adulta, continuo a fumare nonostante siano venute meno le motivazioni originarie.    Come esistono dei comportamenti automatici, esistono anche delle credenze apprese precocemente che vengono trattenute dal sistema senza essere mai sottoposte a critica e che il soggetto da per scontate. Alcune di queste credenze sono estremamente radicate in una certa cultura e considerate ovvie, ad es. nella società occidentale si da molta importanza al fare carriera, pertanto un soggetto appartenente a tale cultura può dare per scontato che, per essere felice, deve fare carriera e magari fare tanti soldi.
  • L’ostacolo maggiore al cambiare idea è dato dall’inerzia al cambiamento delle credenze caratterizzate da un forte riferimento al Sé; ad es. se mi sono sempre considerata una persona buona, avrò difficoltà a riconoscere in me atteggiamenti, pensieri e stati d’animo contrastanti con questa idea e, nel caso si presentassero, li giustificherei.               Normalmente andiamo a cercare le prove che ci consentono di mantenere le idee che abbiamo di noi stessi, anche quando sono negative, ed escludiamo o manipoliamo le prove contrarie. Ciò avviene per la nostra necessità di riuscire a controllare e prevedere la realtà, anche se si tratta di una realtà sgradevole. Cambiare una credenza significa cambiare anche tutte quelle ad essa collegate, modificare una credenza centrale implica ristrutturare gran parte del sistema cognitivo e ciò è molto costoso e “rischioso”, perché non si sa dove si va a finire.

Una strategia per raggiungere uno scopo, anche se fallimentare, non è da considerarsi patologica se fa parte di una serie di alternative possibili, mentre è patologica se è fallimentare ed è l’unica che il sistema ha a disposizione. Ad es. molte persone hanno cura del proprio aspetto fisico e della propria salute, ma se l’attenzione al proprio corpo è l’unico modo per avere il controllo di sé, allora si sconfina nei disturbi alimentari o nell’ipocondria. Viene meno dunque la libertà personale e si crea sofferenza del sistema.

Dunque la patologia è data dal blocco di quel processo di cambiamento che dovrebbe attivarsi di fronte al mancato raggiungimento di uno scopo, a causa di una o più credenze che impediscono sia la modifica della strategia di perseguimento dello scopo sia la rinuncia allo scopo stesso. L’essenza della terapia consiste nella rimozione degli ostacoli che impediscono il cambiamento, aumentando i gradi di libertà del sistema.

Articolo scritto da: Roberta Marangoni

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

 

 

L’ILLUSIONE DELLA SCELTA PERFETTA

Sempre più spesso mi capita, nella mia attività clinica, di ricevere richieste di aiuto da parte di persone che hanno difficoltà a compiere delle scelte, qualsiasi sia l’ambito esistenziale in cui tale scelta si collochi. Tale difficoltà li porta a rimanere in stand by per un prolungato periodo di tempo, facendo scadere il tempo massimo per la scelta. C’è anche chi chiede aiuto dopo, rimpiangendo la scelta non fatta.

Come si compiono le scelte?

Il nostro comportamento è orientato dai nostri scopi, che costituiscono il nostro sistema motivazionale, attraverso cui operiamo delle valutazioni e, quindi, delle scelte. Le nostre azioni non sono buone o positive in assoluto, ma in riferimento a degli scopi, ecco perché lo stesso evento è valutato in modo diverso da persone diverse, che hanno scopi diversi. In tutto ciò le emozioni hanno la funzione di tenerci informati sullo stato di successo o fallimento attuale o previsto nel raggiungere i nostri scopi, ad es. l’ansia ci dice che c’è il pericolo che il nostro scopo fallisca, la rabbia comunica che lo scopo è fallito.

Gli scopi che guidano il comportamento umano sono ordinati gerarchicamente in modo tale che taluni siano strumentali, rispetto ad altri più generali e importanti. Es.: Antonio si iscrive in palestra. Perché lo fa? Per rimettersi in forma. Perché vuole rimettersi in forma? Per essere più piacevole. Perché vuole essere più piacevole? Per conquistare Alice. Perché vuole conquistare Alice? Per sentirsi un vero uomo. Perché vuole sentirsi un vero uomo? Giunti a questa domanda Antonio non sa quali altre risposte dare, dirà che non ci sono altri perché. Siamo arrivati ad uno scopo terminale, al vertice di una gerarchia di scopi, detti strumentali, che sono mezzi per raggiungere lo scopo terminale.

Ci sono situazioni in cui per raggiungere lo scopo ci sono diverse strategie di perseguimento, che possono entrare in conflitto tra loro: è la classica situazione della “botte piena e moglie ubriaca”. E’ necessaria una scelta tra due stati desiderati, che sono però incompatibili tra loro e necessariamente uno dei due sarà frustrato e fonte di sofferenza. A tale sofferenza “normale” e utile, perché determina un cambiamento, si può però aggiungere un’altra sofferenza, che si genera quando c’è una credenza del tipo “le cose non dovrebbero essere così”, con conseguente senso di ingiustizia subita e un’emozione di rabbia. Ciò accade perché si tende ad avere un’aspettativa onnipotente sul nostro potere di modificare la realtà, la quale non tiene certo conto dei nostri desideri!

Vediamo di chiarire con un esempio: Marco svolge un lavoro che non gli piace più, ma che gli garantisce un introito economico, che gli permette di mantenere la famiglia. Gli viene proposto di intraprendere una nuova attività, che gli interessa molto, ma che è “da costruire”, senza alcuna certezza di successo e, di conseguenza, senza la sicurezza di un guadagno economico; inoltre la nuova attività richiederebbe numerosi viaggi, con i conseguenti rischi legati agli spostamenti e periodi di tempo lontano dalla famiglia.

Marco mette sul piatto della bilancia l’incertezza del guadagno, la mancanza di esperienza in un settore per lui nuovo, i rischi legati agli spostamenti e sceglie di mantenere il vecchio lavoro, anche se non gli piace più; tuttavia, dopo qualche settimana, si pente della scelta fatta e si autoaccusa di avere sbagliato.

Cosa è successo?

Gli errori di ragionamento

Marco compie alcuni errori di ragionamento:

  • Mantenendo la sua disponibilità economica, lo scopo di avere un introito economico fisso perde di importanza (pesa meno);
  • Il fatto di non avere esperienza in un nuovo settore lavorativo non è avvertito, perché egli continua a svolgere ciò che sa ben fare e non ha mai sperimentato la situazione opposta;
  • Il fatto di non correre il rischio di un incidente negli spostamenti non è avvertito perché l’incidente non si è verificato, così come non è avvertito l’allontanamento dalla famiglia, che Marco continua a vedere quotidianamente.
  • Ciò che resta evidente è che il proprio lavoro non piace più.

Dunque Marco:

  • Valuta le proprie abilità di decisore sull’esito effettivo della scelta e non sulla correttezza del processo decisionale. Si tratta dell’errore del “senno di poi”, ossia quando conosciamo l’esito di una vicenda ci sembra che ci fossero già prima gli indizi sufficienti per prevederlo, ma in realtà non è così.
  • Commette due errori che congiuntamente lo inducono a ritenere di avere sbagliato:
  1. Gli svantaggi temuti che lo avevano indotto a rifiutare l’opzione B (incertezza economica, nessuna esperienza nel nuovo settore lavorativo, rischi legati agli spostamenti) non si sono effettivamente realizzati, per cui non ne avverte più la negatività.
  2. I vantaggi che lo avevano spinto a scegliere l’opzione A (sicurezza economica, esperienza lavorativa, contatto quotidiano con la famiglia), trascorse le prime settimane, vengono considerati acquisiti, scontati, mentre gli eventuali svantaggi (il lavoro non piace) essendo causa di disagio attuale, richiamano costantemente l’attenzione.

Di conseguenza Marco soffre perché:

– ritiene di avere fallito il proprio scopo;

– ritiene un’ingiustizia aver dovuto scegliere e rinunciare;

– si considera un cattivo decisore.

Egli non tiene conto che al momento della scelta non aveva tutti i dati che ha avuto in seguito. Inoltre, una volta effettuata la scelta, non ha più tenuto conto dei criteri che avevano fatto preferire l’opzione A e scartare la B e, dati per acquisiti i vantaggi di A, si è soffermato solo sui suoi difetti.

L’errore di base che Marco fa è ritenere che una delle due opzioni sia perfetta, mentre è semplicemente migliore dell’altra. Una scelta si opera infatti tra due opzioni simili, se una delle due opzioni fosse perfetta non sarebbe neppure necessario compiere una scelta. Il risultato è che, nell’inutile tentativo di fare scelte perfette, gli uomini si macerano nell’indecisione e se la prendono con sé stessi per errori che non hanno commesso!

 Articolo scritto da: Roberta Marangoni

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

DIRE DI SI, DIRE DI NO

Fin dai primi anni di vita ci formiamo un concetto su noi stessi sulla base di numerose variabili: le relazioni precoci, le esperienze vissute, la storia di apprendimento, il tipo di educazione ricevuta, ma soprattutto l’immagine che hanno di noi le persone significative (i genitori in primis, gli insegnanti….), che sono per il bambino dei punti di riferimento, che rafforzano o reprimono i suoi comportamenti e i modi di pensare, definendoli e creando il sistema di valori. Ad esempio se un bambino prende un bel voto a scuola e i genitori lo accolgono con un sentito “bravo”, rafforzano il suo impegno e la sua immagine di sé di bambino capace; se i genitori ritengono invece che il bambino ha semplicemente “fatto il suo dovere” e magari poteva anche “fare di più”, sminuiscono il suo impegno e contribuiscono a sviluppare in lui un’immagine negativa di sé. Nel corso di tutta la vita siamo in continua relazione con il nostro ambiente e riceviamo dei messaggi che sono fondamentali per l’immagine che abbiamo di noi stessi e degli altri, in un processo di apprendimento che ci permette di crescere e di svilupparci.

La valutazione che abbiamo di noi stessi nelle relazioni con gli altri è definita autostima ed influenza i pensieri, i comportamenti e lo stile comunicativo e relazionale utilizzato. Avere una buona autostima significa avere una visione realistica di sé, delle proprie qualità e dei propri difetti, senza valutarsi troppo negativamente per i propri punti di debolezza né troppo positivamente per i punti di forza. Se c’è discrepanza tra come ci vediamo (sé reale) e come vorremmo essere (sé ideale) insorgono problemi di autostima. Sulla base della valutazione che diamo a noi stessi, ci relazioniamo con gli altri adottando uno specifico stile comunicativo, che può essere assertivo, aggressivo o passivo; tale stile riguarda sia la comunicazione verbale che non verbale e varia in base ai contesti e alle relazioni, anche se vi è una tendenza a comportarsi prevalentemente in base ad uno stile comportamentale dominante.

Stile comportamentale assertivo

La persona assertiva è in grado di esprimere chiaramente le proprie emozioni ed opinioni, senza prevaricare sull’altro né essere prevaricato. In caso di conflitti interpersonali utilizza lo strumento della negoziazione, mantenendo il rispetto per l’altro e per sé stesso, difendendo i propri interessi ed esprimendo i propri pensieri, avendo ben chiari quali sono, allo stesso tempo, i diritti e i bisogni degli altri.

Stile comportamentale passivo

Chi ha uno stile comportamentale prevalentemente passivo non difende i propri diritti, non esprime le proprie emozioni e i propri pensieri, teme il giudizio altrui, fatica a “dire di no”, ha difficoltà a proporre iniziative e a prendere decisioni, ritiene gli altri siano “migliori” ed ha un’elevata ansia sociale, pertanto tende ad evitare ogni tipo di conflitto, sottomettendosi al volere dell’altro.

Stile comportamentale aggressivo

Chi adotta un comportamento aggressivo tende a soddisfare unicamente i propri bisogni prevaricando gli altri, ritiene di essere sempre nel giusto, attribuendo agli altri la responsabilità dei propri errori, non rispetta le idee e le emozioni altrui, che svaluta. Il suo obiettivo è “averla vinta a tutti i costi!!”.

Il comportamento assertivo non è un compromesso tra quello passivo ed aggressivo, e non è l’unico comportamento possibile per “stare bene”, ma le componenti emozionali, cognitive ed espressive devono essere calibrate a seconda della situazione, delle aspettative, degli obiettivi della persona in quel dato momento. Ad esempio il “silenzio” può essere, a seconda della situazione e del momento, un comportamento passivo (sto in silenzio perché ho paura di dire ciò che penso), aggressivo (sto in silenzio per mettere l’altro in imbarazzo e in difficoltà) o assertivo (sto in silenzio perché non c’è altro da aggiungere).

Ciò che ci permette di distinguere le varie modalità è la possibilità di scelta, il comportamento assertivo infatti è il risultato di un atto intenzionale e ragionato; tale scelta tuttavia non è possibile per tutti, ad esempio chi sperimenta una bassa autostima evita di scegliere e di agire per un eccessivo timore di sbagliare. L’esperienza clinica insegna che sono molte le persone che vivono di doveri,  precludendo a sé stesse di sperimentare le proprie emozioni e ostacolando il proprio benessere.

Per adottare una modalità di relazione interpersonale più equilibrata e costruttiva, è indispensabile concedere a se stessi dei permessi, poiché è molto difficile chiedere rispetto agli altri se noi stessi non siamo convinti di meritarlo.

Per iniziare a scegliere, partiamo da un interessante decalogo dei diritti assertivi, da leggere con attenzione e da tenere a mente quando ci si relaziona con gli altri:

  1. Posso avere delle idee, delle opinioni, dei punti di vista personali non necessariamente coincidenti con quelli altrui.
  2. Permetto che le mie idee, opinioni e punti di vista siano quanto meno ascoltati e presi in considerazione (non necessariamente condivisi) dalle altre persone.
  3. Posso richiedere (non pretendere!) che le altre persone soddisfino i miei bisogni e necessità.
  4. Posso dire “NO” a delle richieste senza per questo sentirmi in colpa ed egoista.
  5. Posso avere bisogni e necessità anche diversi da quelli delle altre persone.
  6. Posso provare determinati stati d’animo e manifestarli in modo assertivo se decido di farlo.
  7. Posso commettere errori.
  8. Posso cambiare parere o opinione e cambiare il modo di pensare.
  9. Posso essere realmente me stesso anche se questo significa a volte contravvenire a delle aspettative esterne.
  10. Posso dire: “non capisco” e “non mi interessa”.

 

         Articolo scritto da: Roberta Marangoni

      Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

 

 

 

Effetto Dunning Kruger

L’effetto Dunning Kruger è una distorsione cognitiva che indica che chi non è esperto in una determinata materia, manca allo stesso tempo della capacità di riconoscere i propri limiti e tende a sopravvalutare le proprie competenze. Al contrario, chi è competente tende a sovrastimare la competenza degli altri e a sottostimare la propria.

Tutti ne siamo esposti.

In era di “Internet per tutti”, in cui ci ritroviamo con “esperti” in ogni ambito, quello della medicina attualmente in particolare con discussioni, anche politiche, su “vaccini-non vaccini”, è necessario ridare valore alla “consapevolezza di non sapere” del sapiente, afidandosi a un esperto nella valutazione di cose su cui non si ha competenza.