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IL MALE OSCURO DOPO IL PARTO

Un grave fatto di cronaca reso noto in questi giorni, una giovane madre siciliana che ha ucciso il figlio di tre mesi buttandolo a terra, ha riacceso i riflettori su un disturbo che può comparire dopo il parto: la depressione post partum. Secondo l’O.N.D.A. (Osservatorio Nazionale sulla salute della donna) esso colpisce il 10-16% delle donne durante il primo anno di vita del bambino; può manifestarsi subito dopo il parto, con maggiore frequenza dopo 4-6 mesi dalla nascita.

Sovente dopo il parto si verifica la maternity blues o tristezza post partum, che si risolve spontaneamente entro una settimana; se persiste oltre tale termine, si parla di depressione post partum. I sintomi sono simili ad un disturbo depressivo e non devono mai essere sottovalutati e fraintesi con un normale stato di disagio legato alla stanchezza fisica.

 

I campanelli di allarme

I sintomi sono disturbi del sonno, disturbo dell’appetito, iperattività motoria o al contrario letargia, faticabilità o mancanza di energia, sensi di colpa, bassa autostima, sentimenti di impotenza e disvalore, ridotta capacità di pensare o concentrarsi, pensieri ricorrenti di morte.

 

Le cause

Le cause sono molteplici, legate a fattori ormonali, fisici, psicologici, sociali, cognitivi.

 

Che fare

Le donne che negli anni si sono rivolte a me per una psicoterapia sono state spinte dalla paura di poter fare del male al bambino. E’ importante sottolineare che non c’è una correlazione scientifica tra il disturbo e l’infanticidio, tuttavia la neo mamma che soffre deve essere supportata e aiutata, innanzitutto dal partner e dalla famiglia. La psicoterapia aiuta la donna ad acquisire consapevolezza e responsabilità rispetto al nuovo, delicato ruolo.

 

Articolo scritto da: Roberta Marangoni

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

LA SOFFERENZA EMOTIVA. COSA LA DETERMINA E QUANDO SI MANTIENE

Nella pratica clinica una domanda che spesso i pazienti rivolgono al terapeuta è: “Perché sto così male?”.

Se il disagio emotivo può essere spiegato con la presenza di eventi negativi che le persone prima o poi nella vita sono costrette ad affrontare, la sofferenza patologica non è una conseguenza ineluttabile dell’evento negativo; infatti di fronte allo stesso evento (ad es. un lutto) alcune persone sviluppano disturbi emotivi, mentre altre recuperano il livello di funzionamento precedente.

La sofferenza emotiva indica che una rappresentazione cognitiva è in conflitto con i desideri e gli scopi dell’individuo. Come già affrontato in un precedente articolo (“L’illusione della scelta perfetta”), il nostro comportamento è orientato dai nostri scopi, che costituiscono il nostro sistema motivazionale, attraverso cui operiamo delle valutazioni e, quindi, delle scelte. Quando uno scopo personale rilevante (ad es. “Voglio costruire una famiglia”) è minacciato o compromesso (ad es. il fidanzato ci lascia) si produce sofferenza, che normalmente si risolve raggiungendo, ridefinendo o rinunciando allo scopo compromesso.

Dunque la compromissione di uno scopo produce sofferenza emotiva, ma non sofferenza psicopatologica; la sofferenza diventa patologica se è mantenuta nel tempo o è esagerata nell’intensità.

Che cosa determina questo? La non accettazione di quanto ci accade.

Torniamo ad Anna lasciata dal fidanzato un anno fa… Nonostante sia trascorso del tempo, Anna soffre molto e non riesce a svolgere le sue attività quotidiane, fatica ad andare al lavoro, si chiude in casa e non risponde alle telefonate degli amici, piange spesso. Questo accade perché Anna continua a considerare inaccettabile la perdita del fidanzato e le sue conseguenze (ad es. il fatto di non poter avere un figlio come desidera). Pur soffrendo, non rinuncia al suo scopo di avere il fidanzato e di costruire una famiglia con lui e non attua alcun tentativo efficace di soluzione.

Per cambiare e stare meglio, Anna dovrebbe prendere atto della compromissione del suo scopo, invece che continuare ad investire su di esso (che di fatto non ottiene), accettare l’abbandono e riorganizzarsi, “investendo” in altre direzioni (ad es. investire maggiormente sul lavoro, sulle amicizie, sulle proprie passioni…..). Se Anna non accetta la compromissione del suo scopo, si determina una situazione di iperinvestimento, ossia di insistenza su uno scopo di fatto compromesso o minacciato e la sofferenza patologica si mantiene.

 

                                                                                  Articolo scritto da: Roberta Marangoni

                                                                            Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

 

 

 

PERCHE’ NON SI CAMBIA IDEA?

A tutti è capitato di sperimentare situazioni in cui le nostre credenze non si sono modificate per lungo tempo, nonostante fossero disfunzionali e sperimentassimo l’esperienza di ripetuti fallimenti nell’indirizzare il corso degli eventi. Ecco dunque che la fine di una relazione non viene accettata e si continua a cercare nell’amato/a i segni di un amore che si vorrebbe ancora vivo, oppure si continua a bere e fumare nonostante la paura di ammalarsi.

Perché non si cambia idea?

Noi tendiamo a mantenere quelle convinzioni che consentono di prevedere e controllare il nostro mondo, pertanto non si riesce a cambiare idea se non ce ne sono altre disponibili o migliori, che possano ampliare il nostro panorama conoscitivo e permetterci di dare un senso al nostro mondo.

Ma quali sono i motivi che non permettono di cambiare idea, nonostante essa si sia dimostrata fallimentare?

  • Un primo ostacolo al cambiamento è dato dalla povertà di sistema, inteso come una mappa non complessa della realtà in cui si vive (ad es. dividere il mondo in buoni e cattivi). Ciò avviene nel deficit cognitivo e nel deterioramento demenziale, ma anche in soggetti che hanno raggiunto un adattamento sociale e lavorativo minimo, che permette loro di muoversi in un ambiente prevedibile e ripetitivo. Tale equilibrio viene mantenuto a patto che non ci siano cambiamenti significativi, che il soggetto non è in grado di fronteggiare.

 

  • Un secondo ostacolo che si incontra nel tentativo di cambiare idea è dato dagli automatismi, ossia quelle manifestazioni ripetitive, in termini di comportamento o pensiero, che hanno perso il proprio scopo originario. Ad es. io posso aver iniziato a fumare a 16 anni per essere accettata dal gruppo di amici, trasgredire le regole imposte dai genitori e voler dunque sentirmi grande, ma poi, da adulta, continuo a fumare nonostante siano venute meno le motivazioni originarie.    Come esistono dei comportamenti automatici, esistono anche delle credenze apprese precocemente che vengono trattenute dal sistema senza essere mai sottoposte a critica e che il soggetto da per scontate. Alcune di queste credenze sono estremamente radicate in una certa cultura e considerate ovvie, ad es. nella società occidentale si da molta importanza al fare carriera, pertanto un soggetto appartenente a tale cultura può dare per scontato che, per essere felice, deve fare carriera e magari fare tanti soldi.
  • L’ostacolo maggiore al cambiare idea è dato dall’inerzia al cambiamento delle credenze caratterizzate da un forte riferimento al Sé; ad es. se mi sono sempre considerata una persona buona, avrò difficoltà a riconoscere in me atteggiamenti, pensieri e stati d’animo contrastanti con questa idea e, nel caso si presentassero, li giustificherei.               Normalmente andiamo a cercare le prove che ci consentono di mantenere le idee che abbiamo di noi stessi, anche quando sono negative, ed escludiamo o manipoliamo le prove contrarie. Ciò avviene per la nostra necessità di riuscire a controllare e prevedere la realtà, anche se si tratta di una realtà sgradevole. Cambiare una credenza significa cambiare anche tutte quelle ad essa collegate, modificare una credenza centrale implica ristrutturare gran parte del sistema cognitivo e ciò è molto costoso e “rischioso”, perché non si sa dove si va a finire.

Una strategia per raggiungere uno scopo, anche se fallimentare, non è da considerarsi patologica se fa parte di una serie di alternative possibili, mentre è patologica se è fallimentare ed è l’unica che il sistema ha a disposizione. Ad es. molte persone hanno cura del proprio aspetto fisico e della propria salute, ma se l’attenzione al proprio corpo è l’unico modo per avere il controllo di sé, allora si sconfina nei disturbi alimentari o nell’ipocondria. Viene meno dunque la libertà personale e si crea sofferenza del sistema.

Dunque la patologia è data dal blocco di quel processo di cambiamento che dovrebbe attivarsi di fronte al mancato raggiungimento di uno scopo, a causa di una o più credenze che impediscono sia la modifica della strategia di perseguimento dello scopo sia la rinuncia allo scopo stesso. L’essenza della terapia consiste nella rimozione degli ostacoli che impediscono il cambiamento, aumentando i gradi di libertà del sistema.

Articolo scritto da: Roberta Marangoni

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

 

 

L’ILLUSIONE DELLA SCELTA PERFETTA

Sempre più spesso mi capita, nella mia attività clinica, di ricevere richieste di aiuto da parte di persone che hanno difficoltà a compiere delle scelte, qualsiasi sia l’ambito esistenziale in cui tale scelta si collochi. Tale difficoltà li porta a rimanere in stand by per un prolungato periodo di tempo, facendo scadere il tempo massimo per la scelta. C’è anche chi chiede aiuto dopo, rimpiangendo la scelta non fatta.

Come si compiono le scelte?

Il nostro comportamento è orientato dai nostri scopi, che costituiscono il nostro sistema motivazionale, attraverso cui operiamo delle valutazioni e, quindi, delle scelte. Le nostre azioni non sono buone o positive in assoluto, ma in riferimento a degli scopi, ecco perché lo stesso evento è valutato in modo diverso da persone diverse, che hanno scopi diversi. In tutto ciò le emozioni hanno la funzione di tenerci informati sullo stato di successo o fallimento attuale o previsto nel raggiungere i nostri scopi, ad es. l’ansia ci dice che c’è il pericolo che il nostro scopo fallisca, la rabbia comunica che lo scopo è fallito.

Gli scopi che guidano il comportamento umano sono ordinati gerarchicamente in modo tale che taluni siano strumentali, rispetto ad altri più generali e importanti. Es.: Antonio si iscrive in palestra. Perché lo fa? Per rimettersi in forma. Perché vuole rimettersi in forma? Per essere più piacevole. Perché vuole essere più piacevole? Per conquistare Alice. Perché vuole conquistare Alice? Per sentirsi un vero uomo. Perché vuole sentirsi un vero uomo? Giunti a questa domanda Antonio non sa quali altre risposte dare, dirà che non ci sono altri perché. Siamo arrivati ad uno scopo terminale, al vertice di una gerarchia di scopi, detti strumentali, che sono mezzi per raggiungere lo scopo terminale.

Ci sono situazioni in cui per raggiungere lo scopo ci sono diverse strategie di perseguimento, che possono entrare in conflitto tra loro: è la classica situazione della “botte piena e moglie ubriaca”. E’ necessaria una scelta tra due stati desiderati, che sono però incompatibili tra loro e necessariamente uno dei due sarà frustrato e fonte di sofferenza. A tale sofferenza “normale” e utile, perché determina un cambiamento, si può però aggiungere un’altra sofferenza, che si genera quando c’è una credenza del tipo “le cose non dovrebbero essere così”, con conseguente senso di ingiustizia subita e un’emozione di rabbia. Ciò accade perché si tende ad avere un’aspettativa onnipotente sul nostro potere di modificare la realtà, la quale non tiene certo conto dei nostri desideri!

Vediamo di chiarire con un esempio: Marco svolge un lavoro che non gli piace più, ma che gli garantisce un introito economico, che gli permette di mantenere la famiglia. Gli viene proposto di intraprendere una nuova attività, che gli interessa molto, ma che è “da costruire”, senza alcuna certezza di successo e, di conseguenza, senza la sicurezza di un guadagno economico; inoltre la nuova attività richiederebbe numerosi viaggi, con i conseguenti rischi legati agli spostamenti e periodi di tempo lontano dalla famiglia.

Marco mette sul piatto della bilancia l’incertezza del guadagno, la mancanza di esperienza in un settore per lui nuovo, i rischi legati agli spostamenti e sceglie di mantenere il vecchio lavoro, anche se non gli piace più; tuttavia, dopo qualche settimana, si pente della scelta fatta e si autoaccusa di avere sbagliato.

Cosa è successo?

Gli errori di ragionamento

Marco compie alcuni errori di ragionamento:

  • Mantenendo la sua disponibilità economica, lo scopo di avere un introito economico fisso perde di importanza (pesa meno);
  • Il fatto di non avere esperienza in un nuovo settore lavorativo non è avvertito, perché egli continua a svolgere ciò che sa ben fare e non ha mai sperimentato la situazione opposta;
  • Il fatto di non correre il rischio di un incidente negli spostamenti non è avvertito perché l’incidente non si è verificato, così come non è avvertito l’allontanamento dalla famiglia, che Marco continua a vedere quotidianamente.
  • Ciò che resta evidente è che il proprio lavoro non piace più.

Dunque Marco:

  • Valuta le proprie abilità di decisore sull’esito effettivo della scelta e non sulla correttezza del processo decisionale. Si tratta dell’errore del “senno di poi”, ossia quando conosciamo l’esito di una vicenda ci sembra che ci fossero già prima gli indizi sufficienti per prevederlo, ma in realtà non è così.
  • Commette due errori che congiuntamente lo inducono a ritenere di avere sbagliato:
  1. Gli svantaggi temuti che lo avevano indotto a rifiutare l’opzione B (incertezza economica, nessuna esperienza nel nuovo settore lavorativo, rischi legati agli spostamenti) non si sono effettivamente realizzati, per cui non ne avverte più la negatività.
  2. I vantaggi che lo avevano spinto a scegliere l’opzione A (sicurezza economica, esperienza lavorativa, contatto quotidiano con la famiglia), trascorse le prime settimane, vengono considerati acquisiti, scontati, mentre gli eventuali svantaggi (il lavoro non piace) essendo causa di disagio attuale, richiamano costantemente l’attenzione.

Di conseguenza Marco soffre perché:

– ritiene di avere fallito il proprio scopo;

– ritiene un’ingiustizia aver dovuto scegliere e rinunciare;

– si considera un cattivo decisore.

Egli non tiene conto che al momento della scelta non aveva tutti i dati che ha avuto in seguito. Inoltre, una volta effettuata la scelta, non ha più tenuto conto dei criteri che avevano fatto preferire l’opzione A e scartare la B e, dati per acquisiti i vantaggi di A, si è soffermato solo sui suoi difetti.

L’errore di base che Marco fa è ritenere che una delle due opzioni sia perfetta, mentre è semplicemente migliore dell’altra. Una scelta si opera infatti tra due opzioni simili, se una delle due opzioni fosse perfetta non sarebbe neppure necessario compiere una scelta. Il risultato è che, nell’inutile tentativo di fare scelte perfette, gli uomini si macerano nell’indecisione e se la prendono con sé stessi per errori che non hanno commesso!

 Articolo scritto da: Roberta Marangoni

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

L’ANSIA, UNA CATTIVA COMPAGNA DI VIAGGIO

L’ansia è un’emozione necessaria nella nostra vita, in quanto ha la funzione di segnalare situazioni di pericolo, permettendoci così di affrontarle ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate: per esempio, se stiamo attraversano la strada e una macchina viene verso di noi senza rallentare, proviamo paura e corriamo per proteggerci. E’ però necessario che essa rimanga “entro certi livelli”, superati i quali riduce la capacità di pensare lucidamente e di risolvere i problemi.

I SINTOMI

Rispetto alle preoccupazioni normali, quelle che caratterizzano il disturbo d’ansia risultano:

  • più numerose, frequenti, durature, intense, invasive e pervasive;
  • di rapida successione (ad una ne segue subito, o quasi, un’altra);
  • accompagnate da emozioni di ansia intensa;
  • relative ad eventi futuri improbabili;
  • scollegate da fattori precipitanti;
  • accompagnate da sintomi fisici;
  • difficili da controllare e da rimandare ad altri momenti.

In sostanza l’ansia tende ad essere eccessiva, pervasiva, poco controllabile e interferisce notevolmente con il funzionamento normale della persona.

Oltre alle preoccupazioni, il disturbo d’ansia si manifesta con sintomi fisici: sindrome della gambe senza riposo; facile faticabilità; difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria; irritabilità; tensione muscolare, muscoli tesi, a volte doloranti, a volte tremori; sonno disturbato (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno). Possono inoltre essere presenti bocca asciutta, mani appiccicose, sudorazione, brividi dl freddo, nausea, diarrea, difficoltà a deglutire e nodo alla gola.

LE CONSEGUENZE

Chi soffre d’ansia ha difficoltà ad impedire che le preoccupazioni interferiscano con l’attenzione verso le attività che sta svolgendo, con una conseguente compromissione del funzionamento lavorativo e sociale. Inoltre la continua richiesta di rassicurazioni alle persone care può, a lungo andare, compromettere le relazioni interpersonali.

La presenza di eccessive preoccupazioni e la difficoltà a gestirle possono produrre una diminuzione del senso di efficacia personale e della stima di sé, che spesso conducono ad una depressione secondaria.
Altra frequente conseguenza del disturbo d’ansia è l’abuso di sostanze psicoattive (es. farmaci, droghe), a cui la persona può ricorrere come tentativo di gestire il disturbo stesso o la depressione che ad esso può seguire.

CHE FARE?

Le persone ansiose tendono generalmente a mettere in atto una serie di comportamenti (richiesta di rassicurazioni, evitamento delle situazioni temute, tendenza al perfezionismo, tentativi di sopprimere attivamente le preoccupazioni) che mantengono il disturbo nel tempo.

I trattamenti riconosciuti come più efficaci per la cura del Disturbo d’Ansia Generalizzato sono la psicoterapia e la farmacoterapia; quest’ultima spesso è evitata da chi soffre d’ansia per la “paura” di sviluppare una dipendenza dai farmaci.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale ha dimostrato ampiamente e scientificamente la propria efficacia: si tratta di un tipo di psicoterapia in cui paziente e terapeuta sono attivamente impegnati nella comprensione del problema e nella condivisione di obiettivi terapeutici concreti e verificabili.

Nel corso del trattamento la persona portatrice del disagio è aiutata a prendere consapevolezza dei circoli viziosi dell’ansia e a liberarsene gradualmente attraverso l’acquisizione di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali.

Articolo scritto da: Dott.ssa Roberta Marangoni, Psicologa, Psicoterapeuta, Psicologa Forense

 

 

GLI EFFETTI PSICOLOGICI DELLA SEPARAZIONE CONFLITTUALE SUI FIGLI

     Negli ultimi anni, in seguito ad un incremento delle istanze di separazione con il coinvolgimento di minori, gli studi scientifici si sono focalizzati sugli aspetti traumatici dei vissuti psicologici dei figli esposti alla separazione genitoriale. Se fino alla metà degli anni ‘70 si riteneva fattore causale della psicopatologia dei figli il passaggio da una famiglia bigenitoriale ad una monoge­nitoriale, negli ultimi anni la separazione di per sé non è più considerata un evento in grado di determinare difficoltà nel minore, ma l’accento viene posto sulle modalità con cui i genitori gestiscono la crisi coniugale.

     La separazione è il punto di arrivo di un processo graduale, con tensioni e conflitti che si snodano nel tempo ben prima che essa avvenga e con delle ripercussioni a lungo termine, anche molto distanti nel tempo dal momento della separazione stessa. Numerose ricerche evidenziano che una famiglia integra ma conflittuale è più dannosa per un figlio rispetto ad una situazione in cui la coppia genitoriale sia separata  ma stabile e serena. Se dopo il divorzio si riduce il conflitto tra i genitori, i figli ne traggono giovamento e il loro adattamento è migliore rispetto a quello di figli di genitori in cui persiste un rapporto conflittuale.

  La separazione dei genitori rappresenta, comunque, un’esperien­za emotivamente importante per i figli, spesso causa iniziale di sofferenza psicologica, in quanto è un evento destabilizzante, che impone un cambiamento. Ai figli viene spesso chiesto di trasformare profondamente le proprie abitu­dini quotidiane e le consuete modalità di relazione con i genitori ed essi possono attraversare un momento di confusione e di disordine emotivo, dovuto alla diminuzione del senso di stabilità e di sicurezza di cui, durante il percorso di crescita, hanno un estremo bisogno.      

     Comunicare ai propri figli, con un linguaggio adatto alla loro età, ciò che sta succedendo tra i genitori, senza attribuire colpe e responsabilità e chiarendo che le difficoltà riguardano il rapporto coniugale e non quello genitoriale, aiuta i figli a contenere le possibili paure e angosce, permette loro di riconoscerle e confrontarle con una percezione condivisa dal genitore.

     Diversamente, se i figli fanno da spettatori ad accuse reciproche, offese, minacce, e vengono coinvolti attivamente in un “gioco” familiare in cui è richiesto loro di assumere dei ruoli e di schierarsi con l’uno o l’altro genitore o di mediare il conflitto, sono maggiormente esposti al rischio di sviluppare problemi emotivi e comportamentali. Quando i coniugi si rapportano con alta conflittualità, occupati ciascuno a difendere il proprio orgoglio ferito, rischiano di mettere in secondo piano i bisogni dei figli o di confonderli con i propri, sono meno disponibili con i figli, che di conseguenza cercheranno sempre più l’attenzione dei genitori, generalmente con comportamenti non corretti.

     I figli inoltre tendono a sentirsi “colpevoli e responsabi­li” delle difficoltà tra i genitori e questo li porta, in non pochi casi, a sperimentare importanti vissuti di colpa, specie quando le discussio­ni riguardano questioni relative a loro (orari di visita, scelte educative ecc). I bambini più piccoli addirittura possono fanta­sticare di influenzare, con il proprio comportamento, il conflitto tra i genitori. Le tensioni che si trasmettono ai figli vanno ad incidere sul loro senso di sicurezza e sul loro equilibrio psichico, influenzando anche il loro modo di percepire gli eventi, ad esempio possono diventare maggiormente sensibili e reattivi in situazioni conflittuali lievi a causa delle aspettative negative.

     E’ dunque necessario che i coniugi che si separano si impegnino ad aiutare i figli ad accettare il cambiamento familiare: ⇒ dando continuità al le­game parentale, ⇒ accordandosi sulle scelte più opportune per loro, ⇒ mantenendosi come un coerente riferimento affettivo ed educativo, ⇒ conservando intatta nella mente dei figli quell’immagine rassicurante così importante per la loro crescita, ⇒ offrendo loro un aiuto per affrontare la sofferenza del cambiamento.

     E’ fondamentale per un figlio sentire che i propri genitori, al di là del loro ruolo decaduto di marito e di moglie, sono in grado di mantenere la loro funzione di padre e di madre nell’assicurargli continuità nel rapporto affettivo.

La violenza sulle donne da una prospettiva psicologica

La violenza degli uomini sulle donne è un argomento di inquietante quotidianità, le cronache settimanalmente riportano storie di donne uccise per mano maschile, nella maggior parte dei casi partner o ex partner.

Il rapporto Eures-ANSA evidenzia che nei primi sei mesi del 2013 sono state uccise in Italia 81 donne, di cui il 75% nel contesto familiare o affettivo, e che ogni giorno in Italia viene colpita da atti di violenza (fisica, verbale e psicologica) una donna ogni 12 secondi.

Secondo l’ISTAT una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni, è stata vittima, nell’arco della propria vita, dell’aggressività di un uomo, e nel 63% dei casi alla violenza hanno assistito i figli.

La violenza maschile sulle donne costituisce una violazione dei diritti umani, della quale il femminicidio è la manifestazione più estrema.

Scarpe contro la violenza sulle donne

Diverse sono le forme di violenza che un uomo può perpetrare:

a) La violenza fisica è quella più facilmente individuabile. Non riguarda solo l’aggressione fisica grave, che causa ferite richiedenti cure mediche di emergenza, ma anche ogni contatto fisico che mira a spaventare e a rendere la vittima soggetta al controllo dell’aggressore (spingere, strattonare, impedire di muovere trattenendo l’altro, rompere o danneggiare oggetti nella vicinanza della vittima, picchiare, prendere per il collo, schiaffeggiare, mordere, causare bruciature di sigarette, tirare calci, pugni, strappare i capelli, chiudere la donna in una stanza o fuori casa). Nel maltrattamento fisico la componente psicologica più pesante consiste nella imprevedibilità dell’aggressione, in quanto qualsiasi motivo può essere un pretesto scatenante; la vittima impiega di conseguenza ogni energia per evitare qualunque comportamento che potrebbe provocare una reazione aggressiva verbale o fisica del partner.

b) La violenza psicologica è date da una serie di atteggiamenti dell’uomo sia intimidatori e minacciosi (ricatti, insulti verbali, colpevolizzazioni), sia vessatori e denigratori (ridicolizzazioni, svalutazioni continue, denigrazione ed umiliazione), attuati sia pubblicamente sia privatamente. Fanno parte della violenza psicologica anche le tattiche di isolamento messe in atto dal partner (ad es. osteggiare/impedire alla compagna di frequentare i propri amici e familiari).

La donna che vive tali soprusi perde completamente la stima di sé, sviluppa insicurezza, paura, tanto da dover spesso necessitare in seguito di una terapia psicologica. Si tratta di una forma di violenza subdola, perché mira a combattere l’identità dell’altro ed a privarlo di ogni individualità, all’interno di un rapporto perverso di coppia i cui membri adottano posizioni complementari, uno aggressore e l’altro vittima. Il comportamento che la donna assume, per evitare la violenza, è di responsabilizzare eccessivamente sé stessa, di attivarsi per cercare di soddisfare tutti i compiti e le richieste che le vengono fatte dall’abusante, continuamente attenta a non scatenare la sua rabbia e a dimostrare la propria adeguatezza come partner e come madre.

c) La violenza economica è data da una serie di atteggiamenti volti ad impedire che il partner diventi o possa diventare economicamente indipendente, al fine di poter esercitare su di esso un controllo indiretto, ma estremamente efficace. Tra questi atteggiamenti rientrano, ad esempio, l’impedire la ricerca di un lavoro o del suo mantenimento, la privazione od il controllo dello stipendio, il controllo della gestione della vita quotidiana ed il mancato assolvimento degli impegni economici assunti con il matrimonio.

d) La violenza sessuale consiste nell’imporre rapporti sessuali o pratiche sessuali non desiderati. Può assumere diversi aspetti quali, ad esempio, il desiderio del partner di avere un rapporto sessuale dopo aver picchiato e/o umiliato la donna, la messa in atto dello stesso mediante la forza o mediante ricatti psicologici, l’imposizione di pratiche indesiderate, o di rapporti che implichino il far male fisicamente e/o psicologicamente.

Le ricerche criminologiche dimostrano che su 10 femminicidi, sette sono in media preceduti da altre forme di violenza nelle relazioni di intimità, dunque l’uccisione della donna non è che l’atto ultimo di un continuum di violenza di carattere psicologico, fisico o economico.

I media spesso, nel trattare le notizie di violenza sulle donne, adottano una inammissibile superficialità, attribuendo il comportamento dell’uomo ad un raptus, ossia ad un impulso improvviso e incontrollato, ed in tal modo “giustificandolo” (es. di titoli di cronaca: “Strangolata dal marito con un foulard. Raptus di gelosia per alcuni SMS”; “Raptus di gelosia, accoltella due donne”; “-Sono pentito, è stato un raptus-. La confessione del kosovaro al GIP”).

La storia delle donne uccise racconta però di maltrattamenti e/o violenze ricorrenti subite dai partner, di pedinamenti, di aggressioni verbali e fisiche, di vere e proprie persecuzioni, che durano negli anni, spesso denunciate alle forze dell’ordine, senza un esito positivo a breve termine.

Che cosa accade nella testa di questi uomini violenti?

Innanzitutto non c’è una “tipologia dell’uomo violento”, nella maggior parte dei casi si tratta di uomini, come riferisce Baldry (2005), che hanno una loro vita sociale normale, relazioni amicali e lavorative soddisfacenti, uomini insospettabili provenienti da diversi contesti socio-culturali. Alcuni di questi fanno uso abituale di alcol o di sostanze stupefacenti, ma ciò non spiega comunque i comportamenti violenti, che non cessano quando viene meno l’uso di sostanze. In alcuni casi il comportamento violento si riscontra in uomini affetti da un disturbo di personalità; Edwards et al. (2003) hanno dimostrato che vi è una percentuale più alta di disturbi antisociale e borderline nella popolazione degli uomini violenti verso le donne, disturbi importanti che andrebbero identificati ed affrontati con una psicoterapia.

La violenza nasce da un sentimento di helplessness, di fragilità, considerata inaccettabile, alla quale l’uomo cerca di resistere picchiando. Spesso queste persone sono cresciute in ambienti violenti, umiliate o maltrattate dalle figure di riferimento. Come evidenziato da Straus (1998), se un bambino assiste a violenza sistematica da parte di un genitore verso l’altro genitore o verso un fratello o se egli stesso subisce violenza, è più facile che poi utilizzi la violenza quando si trova in condizioni di stress. I bambini che assistono a conflitti familiari caratterizzati da alti livelli di aggressività espressa sono da tempo considerati vere e proprie vittime di maltrattamento (Documento Cismai, 2005), sia perché, in sé, il comportamento violento risulta traumatizzante, sia perché il genitore violento fallisce nel compito protettivo, non preservando i figli dall’esposizione alla propria violenza.

Le donne non devono illudersi di “cambiare” l’uomo violento con il proprio amore, devono invece prestare la massima attenzione a quei segnali che indicano la presenza di un potenziale rischio. Ogni segnale di violenza, anche il più piccolo (un pugno improvviso sul tavolo, una gelosia costante, …), non deve essere sottovalutato.

Bibliografia

Amann Gainotti, M. La violenza domestica. Comunicazione presentata alla Giornata di Studio “I Centri Antiviolenza a Roma e in Italia: prassi e ricerca” – 23 Febbraio 2007. Facoltà di Scienze della Formazione – Università di Roma Tre.

Baldry, A. C. (2005). Violenza di genere nelle relazioni di coppia: i centri antiviolenza come luogo di sostegno e di aiuto delle vittime, in: Amann Gainotti, M. – Pallini, S. (a cura di), La relazione con l’altro/a. Prospettive psicologiche, interculturali e di genere, p. 83-91, Atti della Giornata di studio del 17 marzo 2005, Quaderni n. 3, Facoltà di Scienze della Formazione, Università di Roma Tre, Roma.

Bartolomei, C. (a cura di) (2007). Analisi del comportamento maltrattante e delle tipologie di maltrattamento in famiglia. Psycheforum, Associazione di psicologia Giuridica e Forense.

CISMAI (documento), 2006. Requisiti minimi dei servizi che si occupano di maltrattamento e abuso, Prospettive sociali e sanitarie, 5, p. 19-20.

Edwards, D. W., Scott, C. L., Yarvis, R. M., Paizis, C. L., Panizzon, M. S. (2003). Impulsiveness, Impulsive Aggression, Personality Disorder, and Spousal Violence. Springer Publishing company.

Spinelli, B. (2008). Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Franco Angeli, Roma.

Straus, M. A. (1998). The controversy over domestic violence by women: a methodological theoretical and sociology of science analysis. Family Science Laboratory. University of New Hampshire, Durham.

Terapia Della Bambola (Doll Therapy) – Esperienza della Residenza S. Salvatore

TERAPIA DELLA BAMBOLA: L’ESPERIENZA DELLA RESIDENZA S. SALVATORE

Dr.ssa Roberta Marangoni, Psicologa Psicoterapeuta

Guarda anche la presentazione dello studio della terapia della bambola

L’orientamento attuale dei servizi che si occupano di anziani consiste sempre più nel ricorrere, per la gestione dei disturbi comportamentali frequentemente associati alla demenza, a terapie non farmacologiche in progetti di prevenzione, di riabilitazione e di terapia. 

Il percorso terapeutico iniziato dalla Residenza “S. Salvatore” di Ficarolo (RO) è relativo alla doll therapy. La bambola evoca dinamiche relazionali proprie dell’infanzia e, in persone con demenze gravi, in cui vi è una compromissione importante delle funzioni cognitive, essa diviene uno strumento simbolico, un bambino di cui prendersi cura e che “regala” emozioni.

Dott.ssa Roberta Marangoni - Psicologa Psicoterapeuta - Doll Therapy

L’esperienza è iniziata a giugno 2011 con la selezione di cinque Ospiti, con età media di 88,6 anni, con deterioramento cognitivo grave (MMSE<10/30) e disturbi comportamentali quali agitazione/aggressività, depressione, apatia, wandering, disturbi del sonno, irritabilità, allucinazioni.

Tali disturbi, valutati mediante l’UCLA Neuropsychiatric Inventory (NPI), risultano severi nel 7% dei casi, di moderata gravità nel 64% e lievi nel 29% dei casi riscontrati e comportano per gli Operatori addetti all’Assistenza uno stress emotivo severo nel 14% dei casi, moderato nel 43%, lieve nel 29% e minimo nel 14% dei casi.

La terapia è stata preceduta da un periodo di osservazione di circa dieci giorni, durante i quali gli anziani selezionati sono stati osservati durante l’interazione con la bambola, rilevando i comportamenti in un’apposita scheda di registrazione.

A conclusione dell’osservazione, verificata la risposta positiva degli Ospiti selezionati, nel senso di un’attivazione affettiva con la bambola, si è deciso di inserire gli anziani nella terapia utilizzando uno specifico protocollo individuale di somministrazione.

L’efficacia della doll therapy è dovuta al fatto che gli anziani con grave deterioramento cognitivo non sono in grado di differenziare il reale dall’immaginario e considerano la bambola un bambino reale, su cui riversare il proprio affetto. Se infatti le capacità cognitive sono deteriorate, la capacità di ricordare e di emozionarsi per situazioni fissate nella memoria remota è conservata.

La bambola è consegnata agli Ospiti sia in specifici orari della giornata, considerati “critici” (al mattino durante l’igiene degli Ospiti e al pomeriggio dalle 14.00 alle 15.30, quando le attività sono temporaneamente sospese e la maggior parte degli anziani è nella propria stanza a riposare), sia quando se ne riscontra la necessità (“al bisogno”).

Si è osservato che gli Ospiti cui è consegnata la bambola non solo la accolgono con entusiasmo ed emozione, baciandola, abbracciandola, stringendola forte al petto, accarezzandole il viso e toccandole le manine, cullandola ecc., ma alcuni sono in grado di “riconoscere” la “propria” bambola, protestando se viene data loro una bambola diversa.

Il contatto con la bambola favorisce il rilassamento dell’Ospite, riducendo o eliminando la sintomatologia ansiosa e provoca un senso di benessere nei soggetti con depressione. Nell’Ospite con wandering determina un incremento dei momenti di pausa, necessari all’accudimento della “bambina”.

Per un’Ospite della Residenza con grave apatia, la bambola è l’unico stimolo che provoca il suo interesse. La Signora, che ha vissuto un’infanzia difficile caratterizzata da un rapporto conflittuale con la madre, ha “creato” una storia sulla bambola, che lei identifica come una bambina che è stata maltrattata dai genitori e che lei ora protegge e consola. I momenti che passa con lei sono ricchi di carezze, di baci e di coccole. La Signora crede che la “bambina” le sorrida e lei la rassicura dicendole che non permetterà più a nessuno di farle del male.

L’efficacia della doll therapy, oltre ad essere evidente osservando i volti distesi e rilassati degli anziani che tengono in braccio la bambola, è stata da noi verificata oggettivamente valutando la percentuale di volte in cui la consegna della bambola ha determinato una riduzione dei disturbi comportamentali. Come evidenziato nel grafico, a tre mesi dall’inizio della terapia la consegna della bambola ha comportato una riduzione del 100% dei disturbi comportamentali in tre Ospiti, per un’Ospite la doll therapy ha avuto un esito positivo nell’85% dei casi, e per la quinta Signora il risultato positivo è stato raggiunto nel 66% dei casi.

Abbiamo osservato che la doll therapy può essere efficace anche con anziani che non presentano deterioramento cognitivo grave e che riconoscono la bambola come un oggetto, ma ugualmente traggono beneficio dal contatto con essa. Nella nostra esperienza una Signora con apatia ha più volte richiesto consapevolmente la bambola, perché il contatto con lei le procura piacere e rilassamento.

Attualmente il progetto sta felicemente proseguendo con l’inserimento nella terapia di altre due Ospiti di 90 e 80 anni.

Per l’Ospite più anziana la bambola è utilizzata più frequentemente la sera durante l’addormentamento, in presenza di una sintomatologia ansioso-depressiva. Il contatto con la “bambina”, che la Sig.ra tiene stretta a sé nel proprio letto e copre amorevolmente con le coperte, favorisce il rilassamento e di conseguenza l’addormentamento.

Oltre ad essere efficace nella riduzione dei disturbi comportamentali negli anziani con demenza e nel favorire il loro benessere psico-fisico, la doll therapy risulta essere preziosa anche nel ridurre lo stress degli Operatori addetti all’assistenza nella gestione degli anziani con tali problematiche. Ad esempio l’Ospite ottantenne della nostra Struttura, che cammina senza meta all’interno del reparto (wandering) ed entra nelle stanze altrui, spaventando gli anziani emotivamente più fragili, e che rischia di mettersi in pericolo ad esempio uscendo dalla porta antincendio, è fonte di stress per gli Operatori che, mentre sono impegnati nelle attività quotidiane con gli Ospiti, devono allo stesso tempo sorvegliarla. Utilizzando la doll therapy si è osservato che aumentano i tempi di pausa, per cui la Sig.ra, per accudire la propria “bambina”, rimane tranquilla nella propria stanza o nel corridoio di fronte alla camera, impegnata a cullarla e a coccolarla.

La terapia della bambola è stata accolta positivamente sia dal Personale della Residenza S. Salvatore sia dai Familiari degli Ospiti. Risulta essere particolarmente prezioso e al tempo stesso fondamentale il lavoro svolto dagli Operatori addetti all’Assistenza, che si occupano della parte operativa della terapia, e il cui interesse è tale che alcuni hanno persino comprato dei vestitini per cambiare le bambole.

Dott.ssa Roberta Marangoni - Psicologa Psicoterapeuta - Doll Therapy

Guarda anche la presentazione dello studio della terapia della bambola

Bibliografia

  • Cappuccio M., Cilesi I., “Star bene con una bambola”.  www.assomensana.it.
  • Cilesi I., “Pazienti Alzheimer. Disturbi del comportamento e sperimentazioni”. Assistenza Anziani, Marzo-Aprile 2007.
  • Cilesi I., “Alleviare le tensioni. Come favorire lo star bene con una bamb